Monthly Archives: March 2015

Risotto alla pescatora della Lori

un’altro piatto forte della Lori è il risotto di mare, molte persone lo adorano perché è ricco di sapore, dato dalla cura e la passione con cui lei si appresta a fare ogni piatto.
per ogni persona ci vuole circa 80gr di riso, poi dipende sempre da che tipo di buongustai siete, o se volete fare un unico piatto come si usa oggi, 5 cozze ed una decina di vongole preventivamente aperte oltre che pulite, un totano intero 4/5 gamberetti, olio, prezzemolo, uno spicchio d’aglio peperoncino e pomodoro preferibilmente ciliegino pachino.
tritate l’aglio il prezzemolo e poneteli in una casseruola con olio e peperoncino lasciateli appena riscaldare senza soffriggere aggiungete i gamberetti ed i totani puliti e spezzettati ed il riso, allungate fino a coprire con il brodo e lasciate cuocere mescolando di tanto in tanto dopo circa una ventina di minuti, il riso dovrebbe essere a termine di cottura aggiungete i frutti di mare, ancora un minuto ed impiattate, spolverate il tutto con ancora un po’ di prezzemolo….bon appétit!
Hotel Fiammetta Risotto di mare

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Una pietra preziosa per la Lori

La storia che andrò a raccontare fa parte sempre del mio vissuto, di quando ero piccolina e come sempre andavo con il mio babbo “Ivano” per boschi a “caccia” o meglio, a studiare appostamenti e zone per capanni. Già vedere l’arte con cui lui e lo zio Carlo preparavano il capanno, era meraviglioso, una capannina completamente nascosta dalle frasche con delle feritoie per i fucili ed attorno un giardino potato a siepi su le cui piante posizionavano delle gabbie di merli e tordi da richiamo, era proprio straordinario.

Nei giorni in cui la caccia era chiusa si dedicavano alla manutenzione del capanno, oppure alla ricerca di asparagi e funghi e punte di vitalba per farne una frittata, che io non mangiavo,  era amara come il veleno, o legna per il camino. Era in questi giorni che potevo andare anch’io con loro al capanno ed ecco che una mattina di primavera, mentre io raccoglievo violette e ciclamini, da portare alla mamma babbo disse: “stamani si va a vedere le stelle…” ed iniziammo a camminare.

Hotelfiammetta il botro della fortulla
Ci trovavamo sul versante di Campolecciano che guarda il #Fortullino e prendemmo un sentiero lungo il Botro della Fortulla ed iniziammo a salire lungo questo torrente in direzione Nibbiaia, fu una lunga camminata, che alternai fra lo stare sulle spalle del babbo quando eravamo a cielo aperto e a camminare quando eravamo dentro il bosco. Lui nel frattempo inizio’ a raccontarmi di questo posto dove si stava andando… una #miniera, era un luogo che prima della prima guerra mondiale, era stato molto importante. Fino ai primi del 900 le miniere di #Castiglioncello, erano tre e ricoprivano il 10% dell’estrazione mondiale di magnesite e  in Italia esistevano solo tre luoghi, lì in Sicilia ed in Emilia Romagna,  però poi successe che in America scoprirono dei grossi giacimenti per cui le miniere Italiane piano piano vennero chiuse.
Là c’era una miniera da cui estraevano una pietra che serviva per l’industria della ceramica e bellica o meglio per il rivestimento degli altiforni, la melanoflogite un tipo di magnesite, una pietra beige chiaro, ma la cosa che mi sembrò più buffa in assoluto, fu che questa pietra così chiara così lucente quando veniva riscaldata diventava nera…era incredibile per me…Intanto che il babbo raccontava si camminava, mi rammento che ero stanca morta e dubitai anche di lui, siccome non avevamo incontrato nessuno nel percorso ed era un po’ insolito, gli chiesi se ci fossimo persi…ovviamente non era così.
Arrivammo prima a dei ruderi, case che un tempo erano stati gli uffici, in stato di abbandono e ricoperti in parte dai rampicanti, per me avevano ancora vita per quanto fossero disabitate, trovavo tutto molto affascinante per cui ogni porta o finestra e pietra mi raccontava un po’ di storia. Proseguimmo e lui continuava a parlare, mi disse che poco più in su’, sul poggio detto “Pian dei Lupi”, avevano trovato presenze di reperti archeologici che risalivano all’epoca degli #Etruschi e che la gente del posto diceva, che il padrone  di quel terreno era diventato ricco proprio grazie a questi ritrovamenti, reperti che lui aveva trafugato e venduto agli americani, voce di popolo voce di Dio.

Campolecciano- la miniera di magnesite

ingresso della miniera di Campolecciano,

Ecco che arrivammo alla mèta… un po’ nascosta dalla macchia mediterranea vedemmo l’ingresso della cava, il babbo mi raccontava che il piazzale dove eravamo da poco passati, era chiamato “il saggio”, ovvero eravamo sul luogo dove i geologi sceglievano il materiale estratto. Ci inoltrammo oltre l’ingresso e subito individuai i binari di una piccola ferrovia e poco più in là ancora dei carrelli in ferro tutti arrugginiti, con cui trasportavano il materiale, ancora qualche passo e l’oscurità si fece ancora più forte, ma prontamente il babbo accese una torcia, mi girai verso di lui sorpresa dalla luce di cui disconoscevo l’esistenza, o meglio non sapevo che lui l’aveva in tasca e lui guardandomi mi disse: “Guarda un po’ sopra di te …il cielo, le stelle …sopra di te…”

Hotel Fiammetta Sandra e la Miniera di Campolecciano

Wuahu! Le stelle! tutto sbrillucicava mi sentivo una sorta”Galilea Galilei” che guardava il cielo in una notte nitida. Le pietre variavano di colore dall’argento rosato beige al verde-blu, in preda ad un fremito di gioia, mi misi a scegliere qualche sassolino, dalla forma strana, scagliosa, che peccato però …quel giorno avevo una giacchetta con una sola tasca a destra, scopri dopo nel tempo che avevo raccolto proprio la melanoflagite.

Anche il babbo ne ava raccolto uno…arrivati a casa chiamò la mamma “Lori guarda che regalo ti ho portato….una pietra preziosa….” le disse…e lei fece un bellissimo sorriso ed anch’io ridevo e …pensavo che sciocco che è il mio babbo…Qualche tempo dopo lei chiamò il babbo: “Ivano ..guarda quì com’è bella la tua pietra preziosa”.

Non sapevo che era andata in città e aveva portato la pietra da un orafo, ci fece un ciondolo per una collana bellissimo…. mah! allora era vero… ero stata in una miniera di pietre preziose….non solo, ero io la stupida, non il babbo… lui mi aveva portato dove c’era un tesoro ed io avevo raccolte solo poche pietre! mi consolai dicendomi che tanto prima o poi ci sarei tornata e che siccome non avevamo trovato nessuno nel sentiero forse nessuno lo sapeva, la cosa si faceva interessante….Avevo un tesoro a disposizione!

 

 

 

il bagnetto di “Augh”!

Quando sei piccina, il modo in cui vedi il mondo è particolare ed altrettanto particolare è il modo con cui gli adulti si sorprendono nel vedere i piccoli che scoprono le cose. Tutto ciò è naturale, la meraviglia della vita si basa su ciò. Si basa sulle storie, sul vissuto, su quello che ti trasmette l’adulto e solo quando sei cresciuto realizzi tutto ciò ed ecco che avviene la “duplicazione”, in modo naturale ognuno di noi racconta ai propri figli la sua vita.
Io da sempre vivo al mare, in una casa che un tempo costruì nonno Amleto, sono stata fortunata perché in questa nostra casa c’era il bagno con vasca e due stufe, una in cucina, la Warmorning e l’altra nell’ingresso che riscaldavano l’ambiente, la stufa di cucina rimaneva davanti alla porta del bagno, per cui al momento del bagnetto la mamma lasciava la porta aperta per far entrare il calore.
Cosa diversa era quando andavo dai nonni, in campagna, adoravo come tutti i bambini andar dai nonni, perché tutto era un po’ più antico, aveva un’altro odore, cambiavano i rumori, eravamo tanti ed il bello era proprio quello.
Un tempo la famiglia si riuniva attorno al fuoco dei casolari, il motivo per cui la gente si ritrovava era unico, in inverno per il freddo, ci si radunava per intrattenimento, non  c’era la televisione, il giornale non si comprava tutti i giorni e quindi ci si raccontava la giornata trascorsa e quella da venire o anche i fatti successi nei dintorni.

Tante belle storie buffe, personaggi diciamo particolari, un po’ cialtroni e rozzi, che nell’insieme costituivano un agglomerato urbano e facevano parlar di se. Nei casolari un tempo i camini erano grandi, quasi delle stanze nelle stanze e a casa della mia nonna Adorna, nel camino c’erano due mensole disposte ai lati, alte sopra la testa delle persone sedute, ove nonna poneva lieviti, pane ect..ci si sedeva su sedie impagliate e quando eravamo tutti ci facevamo prestare le sedie dalla vicina che ne approfittava per stare in compagnia per cui veniva anche lei a far due chiacchiere.

In estate invece ci si trovava sull’aia a prender fresco, il pretesto era il solito lo stare insieme.
Dopo pochi anni dalla mia nascita,  il camino venne sostituito da una “cucina economica” e due poltrone. La cucina economica…oh che meraviglia per la nonna! Che invenzione!

Era alta come un tavolino con il tubo della canna fumaria che rientrava in quella vecchia del camino, di un acciaio lucido che alla nonna piaceva tenerlo lustrissimo, era moderno. Lei spesso diceva :”In casa, di vecchio, ci sono già io, a me piacciono le cose moderne”.

Il tubo aveva delle asticelle per appendere i panni ad asciugare, lateralmente c’era un bollitore per l’acqua che la manteneva sempre calda, per un thé o per lavarsi ed un piano d’appoggio formato da cerchi in ghisa ad incastro che faceva da fornello su cui si mettevano a cuocere le pentole. Per vedere la fiamma dovevi togliere questi cerchi, con un suo gancio e per me era un divertimento, sotto questo si aprivano tre sportelli, uno in cui si introduceva la legna, un altro era un fornetto per cucinare, o per tenere i cibi in caldo, sotto questi ce n’ era un terzo da cui si toglieva la cenere.
Spesso a fine della giornata tornavamo a casa nostra e talvolta rimanevo lì a dormire… e dopo una giornata trascorsa a giocare nei campi, avevo la terra ovunque, ecco che la zia o la nonna mi preparavano per andare a letto, appena faceva buio, prima il bagno poi la cena.

In casa di nonna non c’era il bagno, glielo costruirono agli inizi del 1980 quando la casa ebbe un restauro, aveva delle piastrelle 10×10 di color verde smeraldo che la nonna teneva immacolate e diceva: “Gesù mio! fammi campare ancora un pochino io che non ho mai avuto questo stanzino!”.

Adorava quel bagno ma negli anni prima se ti scappava la pipì, in camera c’era il vasino, più o meno grande a seconda delle persone, tutti col tappo perché solo al mattino successivo, i diversi vasi venivano poi svuotati nel “camerino”. Questo era un tugurio un pochino distante dalla casa, collegato con un tubo che arrivava nei campi e in discesa e tutto finiva nella concia, una grande buca dove venivano raccolti gli escrementi umani e animali e poi al momento giusto ci si concimavano i campi, ridendo e scherzando una volta ci sono anche finita dentro.
Il camerino era costituito da una panca di legno appoggiata su un muretto al cui centro c’era un tappo di lamiera che copriva un secchio,  rammento che mi dava una certa inquietudine…
Il bagno era molto divertente, la nonna predisponeva una tinozza vicino al camino, inizialmente di legno, era un mezzo barile da vino, tipo il bagno di Obelix il cartoon, poi tutto cambiò, il camino divenne stufa e il barile tinozza, di plastica azzurra Moplen con manici…la nonna si era modernizzata…

La riempiva con l’acqua calda e poi mi spogliava e in un unico brivido di freddo-caldo mi ci ficcava dentro e mi insaponava con il “mattone di Marsiglia”, che ogni tanto gli sgusciava e quando mi cadeva su un piede mi faceva anche male, ogni tanto prendeva una ramaiolata di acqua bollente dal bollitore e l’aggiungeva nella tinozza, perché l’acqua si era raffreddata ed io stavo molto attenta a questo gesto…altrimenti rischiavo l’ustione.
I panni puliti e l’asciugamano erano in caldo, sulle asticelle della stufa, tutto ciò rendeva piacevole il rivestirsi subito dopo, profumava tutto di borotalco, alla nonna piaceva moltissimo.

Per non prendere freddo una volta uscita dalla tinozza, rimanevo in piedi vicino alla stufa, talmente vicino che una sera mi ustionai una mela del sedere, che dolore…! che odore..! un pollo bruciato; per alcuni giorni stetti seduta con una chiappa fuori della seggiola e fino a grandicella ho avuto una macchia sulla pelle.

Questo è il motivo per cui un po’ di tempo in casa fui soprannominata ” Augh!…” culo bruciato grande capo indiano”.

il ponte di Marisa

Questa che vi andrò a raccontare è una delle storie del nostro territorio più conosciute nel mondo, già nel mondo perché è andata oltreoceano addirittura divenuta un cortometraggio.

Hotel Fiammetta il chioma

E’ una storia che proviene dalla cronaca…in verità non è proprio Quercianellese, ma del Gorgo, una località nella vallata del Chioma, un torrente che se sfocia a Quercianella, si chiama così proprio dal gorgare (o come dicono i vecchi rigogliare) delle acque della “Quarrata” che si immettono nel Chioma, facendo un gran rumore, la località si trova tra Nibbiaia e Castellaccio e Quercianella.
Per me è un bellissimo ricordo, me la raccontava il mio babbo, quando mi portava con se nel bosco alla preparazione del capanno da caccia e delle poste, nel frattempo che si raccoglievano funghi o asparagi, raccontava raccoglieva anche qualche fiore di campo per la mamma e fischiettava.
Siamo nel 1957 e spesso in inverno, le acque del torrente “Chioma” erano in piena, al Gorgo all’epoca viveva la famiglia Leonzio, madre padre e due figli: Pantaleone e Marisa.

La bambina aveva 8 anni e tutte le mattine per andare a scuola faceva circa 3km a piedi, di una strada di campagna ancora oggi transitabile solo con fuoristrada; appena aveva lasciato casa doveva affrontare il Chioma, guadava il torrente saltellando di pietra in pietra..succedeva però che quando pioveva questo diventasse un vero ostacolo per Marisa che arrivava a scuola bagnata, per cui la maestra le diceva: “Marisa vai vicino alla stufa, che sei tutta bagnata….poverina te che fai tanta strada per venire a scuola!”
Un giorno la maestra dette alla classe un tema, i bambini dovevano scrivere il loro desiderio per la Befana…. già perché un tempo i regali li portava la Befana. Siccome il babbo di Marisa le diceva sempre che un giorno le avrebbe costruito un ponte per farla andare a scuola, ecco che la piccina descrisse questo suo desiderio…Marisa voleva un ponte per se e per il suo babbo…
Questo tema venne scelto e pubblicato dal giornalino scolastico, addirittura finì sui quotidiani regionali e qualche giorno prima di befana, arrivò a Nibbiaia un signore su di una bella Alfa Romeo rossa, in cerca di Marisa.

Costui era De Bernard capo ufficio stampa della Ceiad Columbia, la famosa casa cinematografica, che in quel momento stava girando il film “Il ponte sul fiume Kwai” quale miglio propaganda per lanciare il film in uscita?!
La Columbia colse al volo l’occasione per fare pubblicità al film in uscita e fece costruire, un ponte identico a quello del film e lo regalò a Marisa, che già alle prime pose delle travi approfittava per guadare il torrente senza bagnarsi.

La vallata del Chioma per giorni e giorni si popolò di giornalisti fotografi e curiosi. Costruirono il ponte, 18 mt x 6 queste erano le sue dimensioni.

La famiglia Leonzio divenne talmente famosa che la moglie del presidente della repubblica, Gronchi, regalò alla piccina ed alla famiglia un vero e proprio guardaroba, di lì a breve Marisa e famiglia partirono per l’America.

I movimenti delle scolaresche italiane ed americane iniziarono un’attività di gemellaggio, Marisa e famiglia, vennero ricevuti alla Casa Bianca, lei giocò con i figi di Nixon, che all’epoca era vicepresidente e assistette alla prima del film;  Marisa racconta che non ci capì nulla perché era in inglese, conobbe i due attori William Holden ed Alec Guinness, ma era una bambina…e per questo, quando Holden le fece omaggio di un mazzetto di viole, lei  fu quasi scortese, le voleva buttar via, il uso babbo prontamente la fermò, Marisa pensò “ma come? fra tutti i fiori che ci sono nel mondo proprio le violette, che in Chioma c’è pieno!”

Il film vinse 7 oscar e la vallata della Chioma visse per un po’ di fama..
Il motivo che fischiettava il mio babbo, era la colonna sonora del , mentre io ero sulle sue spalle a “briuccio”come diceva lui (cavalcioni)…ti amo carissimo babbo mio, ora che sono io che ti porto a spasso mi rendo conto del vissuto che mi hai donato e di quante belle esperienze ho fatto.

Vele bianco e nere di mare

hotel fiammetta ravioli neri

Sono belli da vedere, buoni da mangiare ma io ritengo che sono anche divertenti da fare….preparare l’impasto della pasta fatta in casa, con la classica ricetta che ha la proporzione: < tanti commensali tante uova>.

Questo impasto deve essere preparato in due fasi “fase bianca e fase nera”, per cui metà uova per ogni fase. Preparate il vostro classico impasto ed ovviamente quando è il momento di quello nero dovete aggiungere almeno due sacchetti di nero di seppia, preferibilmente fresco. Una volta preparato, mentre questo riposa preparerete il ripieno. Il mio preferito è di ricotta erbette di campo e totani.

Le erbette di campo, se ne avete la conoscenza e l’opportunità di andarle a cogliere sarebbe meglio, io mi diverto molto nel farlo, anche perché vado con un’amica del posto con cui faccio delle belle chiacchierate e mi racconta delle belle storie, che sono la mia altra passione…torniamo alla ricetta… una volta pulite le erbette scottatele in padella con uno spicchio d’aglio e poi le spezzettate grossolanamente, a parte pulite i totani che andrete a spezzettare e poi scottare con olio ed uno spicchio d’aglio in camicia, un pochino di peperoncino, unite le erbette e dopo circa 2 minuti toglietelo dal fuoco e lasciatelo stiepidire, aggiungete poi la ricotta e mescolate il tutto.Lasciate qualche totano, scottati a parte.

E’ adesso arrivato il momento di distendere gli impasti, prima quello bianco su cui disporrete poi il ripieno a piccoli cucchiaini, distanziate ogni cucchiaino circa 5 cm l’uno dall’altro, poi ponete sopra il foglio di pasta nero che avete precedentemente disteso e lo adagiate facendolo aderire dopo di che passate a tagliarli della forma geometrica che preferite, a noi ci piacciono a triangolo semplicemente perché si abbinano alla forma delle vele marine, vivendo io al mare.

Una volta fatto questo procedete a cuocerli in acqua bollente dopo di che saltarli. Io li salto semplicemente in burro e salvia a cui aggiungo una ramaiolata di brodo di pesce ed una spolverata di prezzemolo dopo averli disposti nel piatto di portata, aggiungete i totani che avete tenuto da parte e…..  bon appetite!

Tanfata

Come ogni sabato o domenica andavo con il mio babbo, per boschi. Era primavera per cui lui raccoglieva asparagi ed io violette e ciclamini. Mentre camminavamo lui raccontava storie di personaggi del luogo, persone un po’ buffe nell’aspetto o nel modo di parlare. Pensate che io oggi chiamo il mio cane con un nome che in verità era un cognome, che nella mia mente mi riporta ad una storia di quando ero piccola “Bugheri”;  i Bugheri erano una famiglia che viveva a Parrana San Giusto, un paesino che si trova sulle colline livornesi.

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Questo luogo è percorso dall’acquedotto Leopoldino, la cui sorgente nasce a Colognole e percorrendo la Via degli Archi, attraversa le Parrane, porta l’acqua al Cisternino e poi Cisternone di Livorno.

Bugheri  era il guardiano dell’acquedotto, si occupava della manutenzione, era un personaggio buffo, vestito malamente sempre con gli stivali da pioggia in inverno ed estate, spesso uno di un colore e l’altro diverso, ma sempre verdi e marroni, aveva sempre i pantaloni arrotolati alle ginocchia e sorretti da una corda invece della cintura, per non bagnarsi, portava camicie di flanella a quadri, tipo i butteri maremmani e un cappellaccio in capo in paglia d’estate e di velluto marrone in inverno. La cisterna di cui lui si occupava era un po’ distante dal paese, per cui lui era un tipo solitario, parlava poco e quando andava da Gastone, il bar alimentari e tutto un po’, del paese non chiacchierava gran che, erano sopratutto gli altri che lo facevano con lui, non vedevano l’ora che arrivasse qualcuno da schernire, era lo “sfottò paesano” e Bugheri era la loro vittima preferita.

Questo personaggio però aveva un suo fascino per me bambina, quando capitava che con il mio babbo percorrevamo la via degli archi, spesso lo incontravamo ed ovviamente loro due scambiavano due chiacchiere.  Il babbo diceva che era sì buffo nell’aspetto ma era una persona istruita, aveva fatto l’Iti ed era un appassionato di storia, sapeva molte cose anche se parlava poco, il loro argomento preferito era però la caccia.  I cacciatori hanno la nomea di sapere tutto sugli uccelli e di riconoscerli dalle “fatte”,  è il nome con cui chiamano la cacca dei volatili e quindi la discussione ferveva su <…è una fatta di merlo, piuttosto che di tordo ect..> la fatta più preziosa è quella di  beccaccia, è preziosa perché la beccaccia è un uccello che si muove alle prime ore dell’alba e solo i cacciatori più abili, riescono a cacciarla.

Modestamente il mio babbo era riconosciuto fra di loro come un bravo cacciatore, perché di beccacce ne aveva prese diverse. Come vi dicevo Bugheri era motivo di sfottò da parte dei paesani e come tutte le persone che sono vittime di scherno, sopportava ma poi successe che un giorno non sopportò più e scatto’ il “matto” che fino a quel momento era sopito in lui…e la combinò.

Un personaggio del paese, ritenuto importante, era il postino, importante perché era un impiegato delle Poste Italiane, ciò vuol dire ben poco oggi, ma lui si credeva di essere chissà chi, si vantava del proprio status, un po’ troppo borioso per il mio babbo. Il postino, cacciatore anche lui come tutti all’epoca, era un sapientone anche sulla caccia e si vantava della propria conoscenza sulle “fatte” ed inoltre era uno di quelli che deridevano Bugheri.

Quella domenica mattina incontrammo Bugheri sugli Archi, ed i due iniziarono a parlare. Il babbo domandò al Bugheri che cosa avesse combinato: < nulla!!> disse lui ..<..e l’ho ribattezzato in tutti i sensi, il postino… e l’ha fatta la sua a prendermi in giro..quer borioso! Siccome  sapevo che di lì a breve mi sarebbe arrivata una comunicazione dallo stato perciò doveva venì fino a casa per farmela firmà…. l’ho studiata proprio bene…. ecco che l’altro giorno arrivò e suonò alla porta di casa e nel momento il cui tirò il filanciano, (fil di ferro) dov’era legato il campanaccio, io l’avevo collegato uno anche uno a un secchio sopra la testa, era però piena di cacca della Rosina (la mucca) e gli si rovesciò addosso… Potevi immaginare la sua faccia…e gli ho detto <… o te che sei così tanto furbo e sai tutto sulle fatte …mi dici un popoino di che fatta è …questa?>

Lo dovevi vedè mentre andava via a gambe levate per gli archi, pareva un merlo acquaiolo

…o Ivano! tornò a rivolgersi al mio babbo, <..e sà tutto lui sulla fatta… ora l’ho fatta proprio bene io…così ora e un dicono più arriva il postino…ora dicono arriva Tanfata!> e giù risate……lo sai Ivano,  sono venuti anche i carabinieri e ce li ha mandati lui, mi hanno detto <…O Bugheri ma t’ha visto nessuno?> e io… <no!>…ed il maresciallo: < …E allora un ti preoccupà! e si dice che è cascato nella ‘oncia…(la concia, è la buca dove finivano gli escrementi umani e animali di ogni fattoria) e  finisce lì …po pò di borioso!> O Ivano era contento anche il maresciallo . .. da quel momento il postino venne soprannominato “Tanfata” e la burla paesana si era spostata su di lui. Bugheri da quel giorno ebbe più rispetto e passò anche alla storia.

Le pesche della Lori, pasticceria mignon

le “pesche”  della Lori sono dolcetti da mangiarsi in quasi un unico boccone, dall’aspetto somigliante ai frutti estivi, di colore giallo-rosato con tanto di foglia verde e mandorla interna.

A lei non piacciono di grande dimensioni, dice che le fanno più “prò” piccole, così a porzione ne da con due  o tre. La preparazione di questi dolcetti è in 3 fasi preparazione impasto/cottura/farcitura.

Le pesche, pasticceria mignon, della Lori

Le pesche, pasticceria mignon, della Lori

quando decidete di fare questi dolcetti, tirate fuori dal frigo il burro per tempo e lasciatelo ammorbidire per lavorarlo meglio ed anche le uova, si deve preparare una frolla con 150 gr di zucchero, 100 gr di burro, la scorza di un limone grattugiato, 1 bustina di vanillina, 1 di lievito per dolci, un pizzico di sale, una tazzina di latte, farina quanta ne prende per fare un impasto morbido. Iniziate mettendo un po’ di farina sulla spianatoia di modo che faccia da contenitore agli altri ingredienti, aggiungeteli tutti insieme ed iniziate prima con una forchetta ad amalgamare il tutto poi con le mani. L’impasto deve risultare morbido e compatto. lasciatelo riposare in frigo coperto con un tovagliolo almeno un paio d’ore. Trascorso questo periodo, tagliate la frolla almeno in quattro pezzi e lavoratela come per farne un tubo, tagliatela adesso a cubetti che di nuovo arrotondate con le mani ed appoggiatoli sulla teglia con la carta da forno, devono essere di forma semisferica. (mezze palline da ping pong ma nulla vieta di farle della grandezza di quelle da tennis) cuocete a 170° per 15′ minuti. (ognuno di voi conosce il suo forno e imparerà a riconoscere il momento di sfornare in base alla colorazione).

Lasciatele raffreddare e poi con un cucchiaino svuotatele leggermente dell’impasto tanto per accogliere la mandorla. per la farcitura vi servirà oltre le mandorle anche la  cioccolata,dell’ Alchermens e zucchero qb. Potete scegliere fra la classica Nutella o una cioccolata cremosa che preparerete voi, da spalmerete sulla parte interna della pesca, poi ci mettete la mandorla  ovviamente una per ogni pesca che porrete al centro, unite le due semisfere, passatele leggermente nel Alchermens quindi nello zucchero semolato e per finire una foglia di menta.

et voile! le pesche son pronte